Byron's Ruins

accadimento teatrale in un prologo e due atti di Marco Filiberti
liberamente tratto dalla sceneggiatura cinematografica Lord Byron - The Pilgrim of Eternity
di Marco Filiberti e Davide de Bona
regia MARCO FILIBERTI
con Giovanni Scifoni, David Gallarello, Enrico Roccaforte, Niccolò Tiberi, Gabriele Gallinari, Gianluca d’Ercole
scene, Benito Leonori
luci, Alessandro Carletti
costumi, Patricia Toffolutti
suono, Marco Benevento
si ringrazia per l'amichevole collaborazione il Maestro d'Armi Renzo Musumeci Greco
prodotto da Centro Studi e Attività Teatrali V. Moriconi
in collaborazione con Amat e Teatro Stabile delle Marche
nell’ambito del Progetto
REFRESH!
Lo Spettacolo delle Marche per le Nuove Generazioni
a cura di CMS Consorzio Marche Spettacolo
Jesi, Teatro Studio V. Moriconi
mercoledì 25 gennaio 2012, ore 21
giovedì 26 gennaio 2012, ore 21
venerdì 27 gennaio 2012, ore 21
BIGLIETTI
posto unico: intero € 12 / ridotto € 8 / scuole € 5
INFORMAZIONI
Biglietteria Teatro G.B. Pergolesi
Piazza della Repubblica, 9 - 60035 Jesi (AN)
dal mercoled“ al sabato 9.30-12.30 e 17-19.30
e da un’ora prima dell’inizio dello spettacolo
presso il Teatro V. Moriconi
tel. 0731 206888 - fax 0731 224105
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www.fondazionepergolesispontini.com
L’opera poetica e l’esperienza biografica di Lord Byron (1788-1824) sono una delle più sconcertanti avventure conoscitive nelle quali oggi si possa incorrere. Infatti, la totalità del “fenomeno Byron”, l’aggressività del suo darsi, l’estrema radicalità del suo segno arrivano a stagliarsi nell’immaginario di chi lo incontra con una modernità stupefacente che si configura come emblema del disagio della contemporaneità. Il pellegrino dell’eternità, da solitario e sdegnato eroe, si propone nel deserto post ideologico contemporaneo con un forza profetica inaudita. Quel disagio, un tempo vissuto come epitome di ogni tensione romantica, si materializza nel malessere spaesato dell’uomo occidentale, privato di una patria e dei suoi archetipi culturali, costretto a pellegrinare in una no man's land di stordente autismo pervasa da segnali antropologicamente apocalittici.
Byron, con il suo corpo di formale classicista e la sua testa di Giano tra inferno e paradiso, sprofonda nei più sacri territori che il perbenismo del pensiero, sia laico che religioso, ha sempre accuratamente evitato.
Alcuni tra i grandi temi contemporanei ( lo stupro dell'uomo sulla Natura e sulla Storia, il rapporto tra individuo e massa, la relazione tra religioni professate e autentiche istanze spirituali, i confini del lecito e del moralmente accettato, la sessualità come forma cognitiva e, addirittura il senso post ideologico del concetto stesso di Democrazia e la sua stessa messa in discussione) sono anticipati e affrontati da Byron non con la sistematicità del pensatore puro, ma con l’empatica drammatizzazione dell’artista, dilaniato da una ricerca di senso di impressionante potenza inquisitoria. Se per i suoi contemporanei questa lacerazione fu percepita come uno sradicamento dalla realtà e dall’impegno che essa richiede, Byron, al contrario, rispose a se stesso ribaltando la scena e scegliendo l’azione al posto della forma poetica, consacrandosi ad una causa rivoluzionaria che illuminò gli imminenti Risorgimenti nazionali. Liberare un popolo, quel popolo ( i greci, i padri dell’Occidente), nella sua proiezione immaginifica significava salvare tutta quella umanità desiderosa di una pienezza cognitiva ed esistenziale più ambiziosa.
Ora, in quell’umanità non liberata ma oppressa dal tumore che essa stessa ha generato in sé e minacciata nella sopravvivenza della sua identità come poche altre volte nella storia, io, eterno straniero nel deserto dei consumi, sento “onestamente e disperatamente necessario” tornare a far parlare il pellegrino dell’eternità la cui voce è risuonata in me come un monito alato a non concedere il dominio della mia mente/ a spiriti a cui il (mio) si ribellava.
In fondo questa è la funzione del mio mestiere: aiutare a non addormentarci inconsapevolmente nella braccia del nemico.
Byron's Ruins é un Work in Progress che si declina in diverse esperienze e che prevede il suo punto di approdo più completo nella realizzazione del film Lord Byron - The pilgrim of eternity -.
Per accadimento si intende esperienza durante la quale qualcosa deve avvenire, ipotizzando un pubblico chiamato non semplicemente ad assistere ad un evento drammatizzato ma a prendervi parte, sollecitato dalle ondate di “voci byroniane” che fluiscono in attesa di provocare un segnale di vita nel paludoso e assordante stallo di un tempo fermato ( che non è, ahimè, tempo perduto). Lo spettacolo, denunciando la morte del segno artistico nella società contemporanea, attraverso un procedimento contraddittorio tipicamente byroniano, ne rivendica al contempo l’ insopprimibile necessità, il valore e il senso.
Doveroso ricordare che, non casualmente, nel comprensibile silenzio culturale che aveva sepolto l’opera del poeta inglese nel Novecento, una delle rare e più fulminanti riproposizioni della poetica byroniana avvenne per opera di Carmelo Bene, il più iconoclastico genio del cambiamento del segno teatrale.
Attraverso Byron ci chiederemo con più spietata autenticità chi siamo davvero e da che parte ci vogliamo porre nel lacerante dualismo antropologico che bussa alle porte delle coscienze nelle società post capitaliste.
Il testo e l’impianto drammaturgico, strettamente imparentati con la sceneggiatura cinematografica, fluiscono nei meandri del corpus letterario byroniano, declinandosi in una polimorfia linguistica e morfologica tesa a costruire un setting collettivo dal quale nessuno si potrà considerare escluso nel
momento in cui la vicenda del poeta inglese tenderà ad identificarsi con l’avventura antropologica legata alla morte dell’Occidente.
L’accadimento e lo spettacolo
Byron Versus la Storia.
A mettere sotto processo Byron, come uomo e come poeta, nelle sue ultime ore di agonia é la Storia (il Tempo, la Critica Letteraria, l’Opinione Comune, il Super Io Collettivo) che con la sua distruttiva e opportunistica funzione si insinua subdolamente per schiacciare definitivamente l’utopico volo del pellegrino dell’eternità provocandone l’ultima spietata resa dei conti.
Ma Byron stesso, nel dover argomentare il suo contraddittorio operato umano e letterario, non può che sdoppiarsi nelle due teste di Giano che hanno da sempre contrapposto le sue due nature: classicista e romantico; generosamente rivoluzionario e sprezzantemente individualista; aristocratico e progressista; angelico e demoniaco; bellissimo e storpio; seduttore e sedotto; trionfante di fisicità e inibito dall’handicap; maschile e femminile; poeta e soldato; datato e post-moderno; credente e ateo; pragmatico e speculativo.
Le due coscienze impegnate a fronteggiare il pubblico processo, in realtà si trovano a combattere una singolar tenzone l’un contro se stesso armato per rivendicare la loro drammatica autenticità, frutto non di una semplice contrapposizione tra bene e male ma di una profonda partecipazione a ogni declinazione
del concetto di umanità sfociata nell’impavido superamento delle Colonne d’Ercole del “comunemente accettato”.
Ma c’è un altro daimon con il quale Byron provoca se stesso e la Storia: il Corpo e il dominio tirannico esercitato dallo stesso su gli esseri umani. Raramente qualcuno è stato dominato in modo più totalizzante dalla propria carne, non solo nella pan sessualità a periodi incontenibile, ma nell’ambivalenza della percezione di uno strumento di conoscenza e di condanna ontologica, quel segno di Caino che visualizzava un male ereditato e incistato nella propria pelle sotto forma di pedis diabolicus, vissuto come condanna ab aeterno. Ma al contempo, quel corpo marchiato dall’imperfezione veniva manipolato dal suo proprietario per farne il segno della sua sfida al mondo, rendendolo - in modo completamente estraneo alla cultura della sua epoca - potente e attraente, spronandolo in prestazioni sportive divenute leggendarie, estremizzandolo tra anoressia e ingordigia, tra ambita perfezione e una sempre incipiente tendenza ad impinguirsi percepita come fallimento della famelica ingordigia capitalistica sull’armoniosa fisiologia di un’età primigenia ormai evocata ( come per Leopardi) solo in quanto imago poetica e
suprema consapevole illusione. Nella spietata lotta faustiana contro i propri fantasmi e con addosso lo sguardo di un’umanità stupita e giudicante, la prometeica figura di Lord Byron si erge sopra ogni dissidio attraverso ciò che di più autentico e struggente lo consegna finalmente a se stesso e alla storia: la sua poesia.
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27.01.2012 - Corriere Adriatico
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27.01.2012 - Il Resto del Carlino
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27.01.2012 - Voce della Vallesina
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10.02.2012.02.10 - KLPteatro
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2012.02.15 - RedazioneCultura

